L’EFFETTO CHOMSKY O L’ANARCHISMO DI STATO

Articolo da l’Oiseau-Tempète n° 9

sabato 26 luglio 2003

L’apertura del 2001 ha visto culminare un’infatuazione editoriale e militante per i testi di Noam Chomsky, avvertibile dal 1998.

Molte raccolte sono state pubblicate (in particolare dalle edizioni Agone), così come delle interviste; una parte della stampa anarchica fa un uso smodato di numerosi testi e interviste di Chomsky disponibili su Internet. Le Monde libertaire gli consacra la prima pagina del suo primo numero di apertura, preludio a una lunga serie. I testi politici del celebre linguista americano sono stati in effetti introvabili per una ventina di anni.

Questa riscoperta si effettua quasi sempre al modo di panegirico. « Noam Chomsky è il più conosciuto degli anarchici contemporanei; è inoltre uno dei più celebri intellettuali viventi », scrive Normand Baillargeon (L’ordine meno il potere, Agone 2001). Nella prefazione a « Della guerra come politica estera degli Stati Uniti (Agone, 2001) Jean Bricmont lo qualifica come « gigante politico misconosciuto ». (…) Non c’è dubbio che queste formule, caratteristiche di un culto della personalità estraneo alla tradizione libertaria, fanno ridere il principale interessato, al quale non mi sogno di imputare alcun crimine. Quello che mi interessa è che si vuole persuadere il lettore del fatto che he ha la possibilità di scoprire un pensiero assolutamente originale fino ad allora disprezzato e ignorato.

Da parte dei giornali e dei commentatori libertari (Baillargeon, etc.), si tratta di utilizzare la reputazione internazionale del linguista Chomsky per servire la diffusione di posizioni politiche qualificate come anarchiche, in questo modo accreditate dal riconoscimento universitario e scientifico di colui che le difende. Bisogna per questo presentare Chomsky come un linguista celebre sdoppiato in un pensatore anarchico. E’ sulla legittimità – e le conseguenze – di questo ragionamento che desidero interrogarmi qui.

Mi interessa prima di tutto notare che mentre l’anarchico viene presentato al pubblico militante, l’analista di politica estera (specialmente militare) degli Stati Uniti si vede spalancare le colonne della stampa rispettabile, senza solitamente menzionare affatto le proprie simpatie libertarie. (…) Tanto si può ammettere – con riserva di un esame più approfondito in futuro – la separazione che egli rivendica tra il proprio lavoro di linguista e la propria attività militante (giustificata dal fatto che quest’ultima non deve sembrare riservata agli specialisti), quanto non si capisce bene perchè l’ »anarchico » Chomsky trascura tali tribune, e attende che gli si pongano delle domande sul proprio impegno anarchico, come se si trattasse di questioni « personali », per affrontare questo aspetto delle cose. Così facendo, contribuisce alla propria strumentalizzazione da parte dei fabbricanti d’ideologia, ignorata (negli USA dopo l’11 settembre) , o celebrata (in Francia) in un profumo d’antiamericanismo.

Nel suo opuscolo divulgativo « L’ordine meno il potere », unanimemente accolto dalla stampa anarchica, Baillargeon valuta che Chomsky ha « prolungato e rinnovato » la tradizione anarchica. Egli si astiene tuttavia – e con ragione! – dall’indicare in cosa possa costituire questo « rinnovamento ». Chomsky stesso sembra più vicino alla verità quando precisa (1976): « non mi considero veramente un pensatore anarchico. Diciamo che sono una specie di compagno di strada ». Al di fuori della filiera anarco-sindacalista, rivendicata in numerose interviste concesse a delle riviste militanti, non è così facile – malgrado la recente pletora di pubblicazioni – farsi un’idea precisa della « affiliazione » anarchica di Chomsky. Ho limitato le mie indagini alla questione, essenziale, della distruzione dello Stato e della rottura con il sistema capitalista.

Indico qui, per la comodità del mio discorso e della sua lettura, che intendo per « rivoluzionario » precisamente colui o colei che prende parte ad una tale rottura, giudicata premessa necessaria alla costruzione di una società egualitaria e libertaria. Simmetricamente, è detto « contro-rivoluzionario » colui che proclama la rottura impossibile e/o poco desiderabile.

RINFORZARE LO STATO In uno dei testi recentemente pubblicati, Chomsky raccomanda una politica che – dal punto di vista anarchico – ha il merito dell’originalità: il rafforzamento dello Stato. « L’ideale anarchico, qualunque sia la sua forma, ha sempre aspirato, per definizione, verso uno smantellamento del potere statale. Io condivido questo ideale. Eppure, esso entra spesso in conflitto diretto con i miei obiettivi immediati, che sono di difendere, ossia rinforzare certi aspetti dell’autorità dello Stato. Oggi, nel quadro della nostra società, credo che la strategia degli anarchici sinceri debba essere di difendere certe istituzini dello Stato contro gli assalti che subiscono, pur sforzandosi di costringerle ad aprirsi a una partecipazione popolare più ampia ed effettiva. Questa pratica non è minata dall’interno da una contraddizione evidente tra strategia e ideale; essa procede naturalmente da una gerarchizzazione pratica degli ideali e da una valutazione, del tutto pratica, dei mezzi di azione ».

Chomsky torna sul tema in un altro testo, non tradotto in francese, del quale vado a dare l’essenziale del tenore, prima di criticare l’uno e l’altro. Interpellato sulle possibilità di realizzare una società anarchica, Chomsky risponde utilzzando uno slogan dei lavoratori agricoli brasiliani: « Essi dicono che devono ingrandire la propria gabbia fino al punto di poter spezzare le sbarre ». Chomsky ritiene che, nella situazione attuale degli Stati Uniti, bisogna difendere la gabbia contro dei predatori esteriori; difendere il potere – certo illegittimo – dello Stato contro la tirannia privata. E’, dice, una cosa evidente per tutte le persone che hanno a cuore giustizia e libertà, per esempio chiunque pensi che i bambini debbano essere nutriti, ma sembra difficile da comprendere per molti di coloro che si proclamano libertari e anarchici. A mio avviso, aggiunge, è una delle pulsioni irrazionali e autodistruttive della « gente bene » che si considera di sinistra e che, di fatto, si allontana dalla strada e dalle aspirazioni leggittime delle persone che soffrono.

A parte il riferimento, più preciso che nel testo precedente, ai soli Stati Uniti, è quì la stessa classica difesa e illustrazione del cosidettto realismo riformista. Questa volta, malgrado delle precauzioni argomentative, gli avversari attuali dello stato sono supposti più stupidi di chiunque altro innamorato della giustizia, e accessoriamente, incapaci di comprendere che contribuiscono a lasciar morire di fame dei bambini! Gli « anarchici sinceri » son dunque invitati a riconoscere onestamente di trovarsi in una impasse (vicolo cieco) riformista.

Osserviamo immediatamente che questo fatalismo statale, sdoppiato in un moralismo riformista abbastanza astioso non è senza eco in Francia. La rivista libertaria La Griffe ha pubblicato un « Dossier Stato » il cui primo aritcolo si conclude su tale formula, ricalcata su Chomsky: « lo stato è al giorno d’oggi l’ultimo bastione contro la dittatura privata, la quale non ci farà alcun regalo »

Poichè tali enormità possono essere pubblicate oggi in una rivista libertaria, senza che i propri animatori vogliano altro che un punto di vista legittimo come un altro, è indispensabile contrastare gli effetti della « pedagogia » chomskyana rimettendo qualche puntino sulle « i ».

« IDEALE » E « REALISMO » La storia recente ci fornisce degli esempi di lotte condotte parzialmente in nome della difesa del « servizio pubblico » (trasporti, previdenza sociale..), che non meritano certo di essere condannate in nome di un principio antistatale astratto. Io ho, per esempio analizzato lo smantellamento delle ferrovie e della loro sostituzione con il « sistema TGV » destinato a una clientela di quadri, circolanti tra le grandi metropoli europee. Si tratta certo del fatto storico della privatizzazione crescente dei « servizi » che porta conseguenze nefaste. Ma non mi è venuta l’idea – perchè non vi è legame logico tra le due proposizioni – di dedurne la necessità di una « gerarchizzazione pratica di ideali » che condurrebbe inevitabilmente a teorizzare un sostegno all’istituzione statale che si pretende di voler distruggere.

Che possano esistere, in un dato momento storico, dei nemici differenti, pericolosi in modo diseguale,e che un rivoluzionario si possa trovare nella dolorosa (e aleatoria) necessità di giocare un avversario contro un altro, ci vorrebbe uno sciocco dogmatismo per non convenirne. Così non è inconcepibile di appoggiarsi all’attaccamento al « servizio pubblico » (a condizione di dissacrarlo) per frenare, finchè si può, gli appetiti delle grandi imprese. E’ inesatto che questo equivarrebbe a una necessaria rinuncia. (..parte che non riesco a tradurre…) In compenso se dei movimenti di opposizione alle tendenze attuali del capitalismo conducono a restaurare, temporaneamente, certe prerogative dello Stato, non vedo ragione di perdere il sonno.

Si sottolinea che Chomsky inverte il processo. Per lui, è l’ideale (lo smantellamento dello stato) che entra in conflitto con degli obiettivi immediati. Oppure, l’obiettivo immediato non è di rinformare lo Stato (se no?), ma per esempio di ritardare la privatizzazione dei trasporti, in ragione delle restrizioni alla circolazione che essa necessariamente porta con sè. Il « rinforzo » parziale dello Stato è quindi una conseguenza e non un obiettivo. Peraltro, si vede bene che il fatto di battezzare « ideale » la distruzione dello Stato viene a respingere questo obiettivo oltre il reale. la qualificazione significa squalificazione.

Il vero realismo, mi sembra, consiste nel rendersi conto che uno Stato non dispone che di due strategie eventualmente complementari per rispondere al movimento sociale e più ancora a una agitazione rivoluzionaria: la repressione e/o la riforma/recupero. Un movimento rivoluzionario, portatore di una volontà (cosciente o no) di rottura con il sistema dato non può – per definizione – ottenere soddisfazione da uno Stato. In compenso, può costringerlo a giocare su riforme, indietreggiamenti, demagogia.

L’inconveniente del riformismo come stragtegia (accrescere la « partecipazione popolare » allo Stato democratico, dice Chomsky) è che non riforma mai nulla. E questo per l’eccellente ragione che lo Stato auto-adattatore si adegua alle riforme almeno altrettanto bene che a certe sommosse. Le disinnesca, le fagocita, le riduce a nulla. Non esiste, oltre la lotta, alcuna garanzia che una riforma « progressista » non sarà vuotata del suo contenuto, ma ci si deve arrendere a questa evidenza, paradossale solo in apparenza, che è proprio l’azione rivoluzionaria il mezzo più sicuro di riformare la società. Molte istituzioni e dispositivi sociali sono proprio il risultato di lotte operaie insurrezionali. Il fatto che essi sono rimessi in causa a volte dai politici e dai capitalisti non può condurre a vedere la salvezza in un raffozamento dello « Stato », concepito come entità astratta o come una specie di materia inerte, una diga per esempio, che bisognerebbe consolidare per proteggersi dalle inondazioni. Lo Stato istituzionalizza in un dato momento storico i rapporti di classe esistenti in una società. Ricordiamo che la definizione (in diritto costituzionale) dello Stato moderno è che dispone del monopolio della violenza. Un antileninista come Chomsky sa d’altronde che non esiste uno stato « operaio »; lo Stato è per natura un’arma della borghesia.

CRITICA AGLI USA Le posizioni difese da Chomsky e dai suoi ammiratori canadesi non riflettono il punto di vista generale delle migliaia di libertari o anarco-sindacalisti negli Stati Uniti. Esse sono state specialmente criticate nella rivista trimestrale Anarcho-Syndicalist Review, alla quale aveva concesso una intervista. La metafora della gabbia da ingrandire, che Chomsky giudica particolarmente chiarificatrice, scatena l’ira di James Herod: « i predatori non sono fuori dalla gabbia; la gabbia, sono loro e le loro pratiche. La gabbia stessa è mortale. E quando noi ci rendiamo conto che la gabbia ha le dimensioni del mondo, e che non c’è più un « esterno » dove fuggire, allora possiamo vedere che la sola maniera di non essere assassinati, o brutalizzati e oppressi, è di distruggere la stessa gabbia ».

Se l’insieme degli autori riconosce a Chomsky il merito di aver analizzato la politica estera degli USA, dato una visibilità al movimento anarco-sindacalista americano, e fornito una critica dei media che sembra nuova oltreatlantico, tre di essi (su quattro) si distaccano assolutamente dal suo riformismo. « E’ possibile, come fa Chomsky, essere sindacalista – egli aderisce agli Industrial Workers of the World, organizzazione sindacalista-rivoluzionaria – e di difendere i benefici della democrazia liberale, ma questo non è nè anarco-sindacalista nè anarchico », ha scritto Graham Purchase. « Sarebbe un errore », aggiunge James Herod, « di rivolgerci a Chomsky per domandargli la sua opinione su soggetti che non ha realmente studiato, perchè le sue priorità sarebbero altre, in particolare per ciò che riguarda la teoria anarchica, la strategia rivoluzionaria, le concezioni di una vita libera, ecc.. »

IN FRANCIA: AL SERVIZIO DI QUALE STRATEGIA? Perchè pubblicare oggi i testi di Chomsky sull’anarchismo? Scartiamo l’ipotesi semplicistica dell’occasione di una coedizione Francia-Quèbec, finanziariamente sostenuta – e stampata in Francia – da istituti culturali del Quèbec, anche se l’originalità del dispositivo editoriale merita di essere segnalata. Si tratta piuttosto di pubblicare senza distinzione un corpus teorico importante – per il suo volume – , prodotto da uno studioso rinomato, e apportare una garanzia seriosa a un « anarchismo » del quale importa poco il contenuto preciso? Questa seconda ipotesi è invalidata dalla pubblicazione simultanea dei testi di Normand Baillargeon, il quale riprende e dettaglia il distinguo chomskyano tra gli obiettivi (a molto lungo termine) e gli scopi immediati, questi ultimi essendo « determinati tenendo conto delle possibilità permesse dalle circostanze », le quali servono a giustificare un compromesso – la parola è di Baillargeon – « certo congiunturale, provvisorio e misurato con lo Stato ». Baillargeon riprende ugualmente da Chomsky i suoi argomenti lacrimevoli (i piccoli bambini affamati) e i suoi appelli a « l’onestà intellettuale »: « Che significa dunque, se non si gioca sulle parole, portarsi a difesa di alcuni aspetti dello Stato ».

Lui suggerisce anche, acquisendo anche il rivolgimento chomskyano della prospettiva storica, che l’ottenimento di riforme « è senza dubbio la condizione necessaria » al mantenimento di un ideale anarchico.

Il riformismo non è dunque la peggiore delle ipotesi, ma lo strumento immediato per gettare le basi sulle quali sarà costruito un dispositivo che permetta di raggiungere gli scopi rivoluzionari. Se ne dubita: nè la natura del dispositivo nè il suo modo di propulsione sono indicate.

Tale riabilitazione « libertaria » del riformismo trova eco tra migliaia di anarchici francesi o francofoni, come d’altronde in percorsi come quello d’Attac, già criticato in queste colonne, che non si riferisce certo a l’ »ideale libertario » ma ricorre alla fraseologie e all’immaginario utopico del movimento operaio (cf. Oiseau-Tempète n.8).

La moda riformista-libertaria si esprime ugualmente nell’eco data alle tesi « municipaliste », riprese da Bookchin, e nel tentativo di creare un polo universitario-libertario, al quale partecipino i dotti colloqui organizzati dalle edizioni ACL (lIone) e in una certa misura la rivista Rèfractions. Che questa o quella di queste iniziative sia condotta da eccellenti compagni non entra qui in conto. Appena le idee libertarie suscitano un certo ritorno di interesse editoriale e militante, ne testimoniano la creazione di librerie anarchiche (Rouen, Besancon, etc.) e le numerose pubblicazioni, si disegna una tendenza a presentare come compatibile con la tradizione anarchica una versione senza originalità di riformismo, dato come se fosse capace di sconvolgere il mondo.

Come ricorda uno dei critici americani di Chomsky, ciascuno ha ben diritto di prendere un partito che è quello – a parlare rigorosamente – della controrivoluzione. Deve essere decostruito e criticato – in una parola combattuto – e con tanto meno compassione quanto più si drappeggia nelle pieghe della bandiera nera per dare un pennacchio e un pedigree lusinghiero a un anarchismo d’opinione, divenuto disciplina universitaria, attore della pluralità democratica o curiosità da museo.

La rottura con il sistema capitalista, via necessaria verso la costruzione di una società comunista e libertaria, resta una delle linee di frattura essenziali tra coloro che accettano questo mondo – cinici liberali-libertari o (supplicanti?) cittadini – e coloro che ne vogliono inventare un altro. Nell’immediato, sarebbe gradito che tutti gli onesti libertari che incitano Chomsky, pubblicano Chomsky, e vendondono Chomsky a mucchi, tirino le conseguenze e ci dicano se, riflessione fatta, si riuniscono alla strategia del compromesso, all’anarchismo di Stato.

Claude Guillon

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